Vola alto

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Diffida e diffida da chi ti tiene ancorato in basso, da chi ti preferisce insicuro.

Stamattina entro in un’altra classe per cercare del materiale. Una bimba si alza, mi viene incontro e tutta orgogliosa mi mostra il suo lavoro. La bimba in questione è una creatura molto bella, rispettosa e fragile, provvista di madre tanto ingombrante quanto adorata.
Osservo il suo lavoro con attenzione e poi esclamo: “che brava tesoro!”. Mi guarda estasiata.
Colgo al volo l’espressione della collega. Scuote un po’ la testa, capisco che disapprova.
Mi avvicino e le chiedo sottovoce cos’ho mai detto o fatto di sbagliato. Lei ride, prova a dare alle sue parole un tono lieve e scherzoso, ma dice testualmente, un po’ scocciata: “li incensi sempre troppo”.
In che senso?
Mi spiega tutta quella cazzo di teoria (che per anni ho pedissequamente fatto mia) per la quale il giudizio non deve mai cadere sulla persona ma sul suo operato. Avrei quindi dovuto dire (un filo asetticamente) “bellissimo lavoro”. Perchè il giudizio altrui crea dipendenza, perchè bisogna essere capaci di pescarsi dentro e autonomamente le motivazioni a perseguire un obiettivo.
La collega in questione, che peraltro stimo per diversi aspetti, in dieci anni di “colleganza”, mai si è sognata di darmi una pacca sulla spalla per qualche lavoro ben fatto o per il montaggio del filmato di fine anno o ancora, per un premio di scrittura vinto da una delle mie classi. Io invece la lodo spesso e lo faccio anche pubblicamente.

Ma non è questo il punto, io son grande e quando serve le pacche me lo so dare.
Ma i bambini. Quando vedi l’effetto di una bella parola, di un’attenzione, di un sorriso speciale, quando capisci che stai nutrendo i loro talenti (e sono assolutamente contraria alla lode incondizionata ad oltranza!), come puoi esimerti?

Mentre mi esponeva il suo pensiero, la collega ha aggiunto accalorata: “io a mia figlia non ho mai detto che è bella…bisogna volare basso purtroppo, altrimenti nella vita son solo bastonate”.
Che dire. Me ne sono tornata cheta cheta alla mia aula, ho spalancato la porta e ho detto: “sappiate che per me siete tutti bellissimi”. Hanno riso un sacco.

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Domenica

Ero stanca dei capelli così lunghi.
Per vedere la parrucchiera mi toccava aspettare sabato prossimo.
Allora mi sono fatta la doccia, poi ho preso le forbici dell’Ikea. Avvolta nell’asciugamano mi sono piazzata davanti allo specchio e ho passato il pettine per addomesticare i ricci.
Lunghi davvero erano.
E niente, ho tagliato dietro, all’altezza delle spalle, con un rumore bello, quasi di stoffa. Zaaaac.
Come fa la parrucchiera, ho anche sfilzato un pochino le punte: zic zic zic.
Mi sono asciugata a testa in giù e quando mi sono rialzata avevo il ciuffo di lato.
Lui è entrato in bagno e ha guardato tutti quei capelli nel lavandino. Poi è scoppiato a ridere. Che bella!, ha detto allargando le braccia.

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Bingo

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Ieri avevamo appuntamento per visitare una casa: abbiamo cominciato a guardarci attorno, a valutare diverse soluzioni.
D. era dell’idea di spostarci a est, ma gli ho parlato della mia, di idea.
E’ la prima volta che una terra è per me “casa”. Ci sto bene, ho messo radici, mi piace l’aria che si respira e pure questo vento nordico che mi disordina tutta.
Così si cerca qui e questo mi rasserena molto, anche alla luce dell’imminente arrivo della mamma sua.

Insomma avevamo appuntamento per vedere questa casetta, ma all’ultimo D. è stato chiamato da un collega e ha dovuto torare un momento in ufficio.
– Chiama e cerca di capire se si può spostare….
– E se andassi intanto io? Magari faccio una prima scrematura.
– Ah ok, per me va bene. Pensavo non volessi andare da sola.
– Boh no, non mi secca.

Ecco, lui ha ragione di avere dubbi. Io difficilmente faccio cose così da sola, specie se in territori inesplorati.
Invece sono salita in auto e ho caricato il tizio dell’agenzia. Lui ad un certo punto ha riso della mia guida rallystica, definendola parecchio maschile e della mia auto che non fa che lanciare segnali di allarme.
– E’ scritto “avaria airbag” sul display. Devi fare qualcosa?
– No no, tranquillo, tutto regolare.
– Ah. Adesso ti si è accesa una spia gialla a triangolo.
Così tra una spia e l’altra siamo arrivati al paesello. La casa era abitata da un single del genere “ho perso tutti gli ormeggi”, che in lingua friulana mi ha detto parecchie volte e con diverse intonazioni che la donna lo aveva scaricato.
Mi a molat la femine, no ai plui voe di nue (mi ha mollato la donna, non ho più voglia di niente).
Ha pure grossolanamente tentato una marpionata, immediatamente stroncato dal tizio dell’agenzia.
La casa era buia e c’era un tremendo odore di muffa. Scartata senza dubbio.
Ma io ero contenta di esser lì da sola, di fare domande appropriate e giuste, di sentirmi bene assai e molto sicura nella mia pelle donnesca. Bingo.

Cose

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Per lui ho fatto cose. Cose che non tenevo in nessun cassetto, che non avevo letto in nessun libro. Cose di cui si parla all’orecchio, che si raccontano per sbaglio in una serata alcolica, distesi sulla panchina. E chissà se qualcuno ascolta.
Per lui ho attraversato lo stivale, ho acquistato una guepiere, ho indossato scarpe rosse.
Mi chiamava ragazzona asburgica e mi pareva troppo bello e troppo colto e troppo importante per regalare il suo tempo a me. Così appena chiamava io correvo, pensando ogni volta che sarebbe stata l’ultima. Invece corsi per quasi un anno.
C’era sempre qualcosa che non andava in me.  Poco sgargiante, poco sorridente, eccessivamente innamorata e sdolcinata, un tantino ansiosa, e comunque da educare. Lo diceva sempre, che ero il suo diamante grezzo, che mi avrebbe smussata e forgiata a sua misura, perfetta.

Poi un giorno scesi dall’auto. Avevo percorso 400km clandestini per vederlo, io che da sola sì e no andavo al centro commerciale.
Scesi, e lui mi venne incontro allargando le braccia. Sorrideva. Aveva un sorriso malandrino e bianchissimo, che mi toglieva le forze.
Sfinita d’attesa, d’amore, mi lasciai andare in quell’abbraccio.
Dopo avermi stretta a sè con misurato trasporto, mi allontanò come a studiarmi, come a capire se la rieducazione stava dando buoni frutti.
Il suo sguardo cadde sui cinque o sei braccialetti colorati che tenevo al polso: roba da bambina, fili colorati intracciati e sbiaditi avanzo del mare, dei giorni estivi.
Questi non vanno bene, disse.
E fu lì, in quel preciso momento, che compresi. Alzai le spalle e pensai che me ne mancava uno rosso, di braccialetto.

Regina

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Sono partita piena di slanci e buoni propositi quest’anno. Entusiasmo stellare.
Poi da subito, le chat e le sottochat (ebbene sì) tra le colleghe. E Tizia fa solo fotocopie e Caia parla in privato coi genitori e Sempronia ha passato la ricreazione al telefono, e chi li guarda i bambini? E io mi smonto.
Poi i genitori che ti chiamano sul numero personale alle otto di sera, mentre giri la frittata e ti chiedono se in gita (trenta gradi battenti) devono portare anche un po’ d’acqua. Ma meglio la borraccia o la bottiglia di vetro, maestra? E io mi avvilisco.
Poi arrivano i primini, belli come il sole, ma incapaci di sostenere una minima dose di frustrazione. Io non sono capace di disegnare le zampe del cane! E mentre mi avvicino per parlargli, prende la matita dall’astuccio, la spezza in due facedo leva sul ginocchio e poi scappa dalla classe urlando e menando fendenti.
Che scoramento.
Ciliegina sulla torta, è giunta la notizia del secolo: l’appartamento di fronte al nostro si è liberato e D. ci piazza la mammina. Ho passato un paio di giorni ad immaginare i possibili scenari. Le comparsate a tutte le ore, aggiungi un posto a tavola e uno sul divano, che da noi c’è la stufa a legna e fa più caldino. Volevo prima piangere e poi fare la valigia.
Anche questa volta mi tocca armarmi di paletti e martello. Qui no, lì no, questo non mi va, stai di là che io sto di qua. Spostati, grazie.
Ma che fatica, a volte son stanca di spingere.
E con questo stato d’animo l’altra sera mi trovavo in un bel caffè del centro. Attorno al tavolino si parlava lievemente, sorseggiando da bicchieri panciuti. Ma io non c’ero. I miei pensieri veleggiavano in un mare oscuro, dolente, vagamente autocommiserativo.
Me tapina, verrà il giorno in cui le cose della vita mi corrisponderanno?
Sigh, potrò prima o poi avere voce in capitolo, essere dove voglio essere, senza compromessi di sorta?
Così mi dicevo, sentendomi molto incompresa e negletta.
Poi ho visto tre uomini che giocavano a scacchi. Ho messo lì gli occhi, e i pensieri,  ho seguito per un po’ le mosse, sospesa. Prima in aria con l’alfiere che calava, dopo spinta dalla torre che prendeva posto, alla fine minacciata dalla regina e via, in fuga tra un cavallo ed un pedone.
Le mie ugge d’un tratto mi son parse tanto trascurabili e puerili e sciocche, che in un sorso ho finito il mio Prosecco e un mondo di buone cose ha preso posto.
Son padrona della mia vita. Dirò i miei “no”, finchè avrò voglia di dirli. Quando sarò stanca, potrò – se vorrò – condurre le mie energie altrove e spenderle allegramente e con leggerezza.
Così sia.

Bambini

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Mi piacciono tanto i bambini. Mi fanno star bene.
Forse proprio per questo, vorrei li si trattasse a modo.
Mi piacerebbe che non gli si allacciasse le scarpe a dieci anni  (madri chine ad armeggiare, figli che nel frattempo si guardano Fedez sull’Iphone).
Vorrei che si insegnasse loro il rispetto, l’attenzione per l’altro. No tesoro, purtroppo non puoi fare o dire sempre quello che vuoi, ti tocca considerare che non sei solo al mondo.
Sarebbe bello dar loro delle responsabilità, dei compiti. Portare fuori il cane, spazzolarlo, passare l’aspirapolvere, asciugare le posate. Perchè il senso di appartenenza a una comunità, passa anche per l’impegno. Il sacrificio (si può ancora usare questa parola?).
Inoltre, potrebbe essere utile smettere di parlare sopra le loro teste, come al capezzale di un malato terminale ritenuto incapace di intendere e volere.
Non legge niente, solo tv e videogiochi….una disperazione.
Troppe parolacce, è maleducato con tutti.
Ma sai che non dice una parola? Sta sempre a testa china
Etichette, bolli, passaporti per il loro altrove. E i grandi prendono atto, immobili.

– Maestra mi apri il sacchetto della crostatina?
– Tu hai provato?
– Non ci ho provato, perchè non ci riesco mai.
– E se prendessi le forbici?
– Ah, bella idea.
Prende le forbici, taglia, estrae la merendina. Sorride soddisfatto.
– Wow. Devo dirlo alla mamma che sono diventato capace.

 

 

 

Irregolarmente

I bambini, i vecchi e gli animali amano le routine. Tempi d’azione prevedibili, alternati ad altri tempi morti, anch’essi collaudati. Muoversi assieme al sole, cambiare lievemente le abitudini a seconda delle stagioni. D’inverno minestre, in primavera asparagi, in estate caprese, d’autunno risotto con la zucca. Stivali, decolltè, sandali, sneakers.
Ho visto il tracciato degli spostamenti di un orso che viaggia dalle nostre parti. Attraversa il fiume sempre nello stesso identico punto, ogni volta, prima del letargo e dopo il letargo. E la riva del fiume è uguale per chilometri: spostandosi più in su o più in giù, troverebbe sempre le medesime condizioni.
Per dire.
E qui potremmo parlare del ritmo circadiano, del biologico e incessante orologio che regola la vita di uomini e bestie, registrandola sui tempi di rotazione terrestre, in una sorta di meccanismo magnifico e perfetto.
Ecco, però detto questo, mi viene da chiedermi perchè io faccia così tanta fatica a stare in una qualsivoglia ripetizione. Perchè dopo un po’ di schemi e schemini mi vien voglia di sovvertire l’ordine delle caselle?
Se per due giorni a colazione mangio di gusto pane e marmellata e bevo caffè, il terzo (pur continuando ad apprezzare il connubio), mi vien su la voglia di aprire i biscotti o di bermi un tazzone di tè.
O l’esigenza che sentono in tanti, di sistemare per ordine la roba stirata, man mano che si crea la pila, perchè io non la avverto? Perchè a volte faccio un bel lavoro seriale e altre accumulo pile su pile senza avvertire disagio alcuno?

Isomma, in questa estate diversa da tutte le altre (ed ognuna era a suo modo unica e irripetibile), mi son trovata per caso un lavoretto appassionante e bellissimo, che quando tutti erano seduti a tavola con la forchetta in mano, io stavo lì a scavare e intagliare, sorda ad ogni richiamo.
“Mangiate voi, che arrivo subito!”
E scava, e intaglia.