Le scelte, lo struzzo

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E’ incredibile. Che quando sei immerso, travolto, totalmente calato in un loop personale, ogni parola, fatto e cosa attorno sembrano trascinarti esattamente lì, anche quando vorresti pensare ad altro, alleggerirti un poco.
Tre, ben tre delle mie amiche vivono instabilità amorose di vario genere. Tutte e tre si trovano (per incapacità di operare scelte o come conseguenza di altrui incapacità) in un limbo acquitrinoso che non augurerei neanche al mio peggior nemico.
Ed eccolo lì il mio tema attuale: quanto siamo disposti a perdere per camminare i nostri passi? Quanto vogliamo aderire a quei passi, corti o lunghi o lievi, che ci sono dati in sorte?
Perchè il problema è tutto lì. La propria natura, la propria strada, contro le altrui attese, le convenzioni, la comodità e l’agio (eh sissignori, anche quelli), la nostra parte pavida, fragile, spaventata…
Le paure son lecite, umane, ma vogliamo affrontarle, in nome della nostra libertà?
E insomma lui, che ancora sta con la moglie avvocato (benestante, geisha e adorante), frequenta lei, che invece ha fatto le sue scelte e chiuso in modo esemplare con il padre di sua figlia. Lui la chiama “amore mio” e vaneggia di futuri tanto rosei quanto improbabili. E la tiene là, inchiodata, ferma. Sì beh, aveva già tradito la moglie altre volte, ma era solo sesso: tutta un’altra storia.
E a me ribolle il sangue. A sentire che lei, bella, fiera, accesa, piena di pensieri puliti, fa finta di credere che sia tutto vero.
Poi c’è l’amica che il marito, proprio non lo sopporta più. Mi scrive messaggi che elencano le sue piccole manie perfezioniste, il pessimo carattere, la pigrizia e la mancanza di qualsiasi idea, voglia, guizzo.
Le rispondo a fatica, perchè il suo uomo (che la ama, a suo modo, smisuratamente) è sempre stato abitudinario, chiuso, semplice. Dacchè l’ha conosciuto. Nessun guizzo mai, mica è cambiato adesso.
Certo, si potrebbe eccepire che forse lei se ne accorge ora, che solo ora ne è consapevole, che magari, sperava cambiasse col tempo. Ok, ci sta. Ma son tre anni che vivono tesi, da separati in casa, con una bimba che di certo non respira armonia e positività.
Fatico, fatico a capire. Mi sforzo, dico davvero, provo a mettermi nei panni. Ed è lì che crolla tutta la mia capacità di comprendere, perchè a me lo struzzo sta proprio sulle palle.

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Lo spiegone

WP_20170606_18_22_30_ProQuesta sono io, settenne e sorridente, col mio papà Franco, molto serio.

Franco non lo vedo da tantissimi anni: non c’era alla mia laurea, al mio matrimonio, non conosce i miei figli. Perché Franco non ha condiviso alcune mie scelte forti, allora ha deciso che poteva anche stare senza di me. Se non ero come voleva.

É  un geofisico lui (uno scienziato resta tale anche quando chiude con l’attività accademica) e mi immaginava lanciata nell’iperspazio della conoscenza. Fulgida, eterea, al di là delle umane miserie.

Invece gli è toccata in sorte questa progenie banale e squallida. Una che fa figli quando tutte le sue amiche si dedicano al meraviglioso gozzovigliare studentesco, una che a venticinque anni si paga il mutuo con un misero lavoretto da operatore socio sanitario. Un’onta senza pari.

Ecco, Franco ha pesantemente viziato il modo in cui per anni e anni mi sono posta al cospetto del maschio. Defilata, riverente, in debito perenne.

E questo post fa luce sul precedente, che neanche me ne ero resa conto. Non era voluto.

Me

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Quando lo incontrai mi trovavo su un guscio di noce nel mezzo dell’oceano.
Lui, bello ritto a prua, andava tagliando le onde su una barca lieve e bianca.
Mi sembrarono un dono l’ancora gettata, la mano tesa.
Grata, pensai che ero ben poca cosa al suo cospetto. Era lui quello che esponeva i suoi scatti, quello che pubblicava foto e libri, quello che teneva conferenze. Lui scalava cime, sciava come un dio, conosceva il nome di tutti gli alberi e di tutti i fiori.
Io niente, che mi bastava sopravvivere.
Così pensai di resettare quel che ero, di costruire per lui una nuova me, più giusta.
Cominciai ad allenarmi quotidianamente, ignorando la mia proverbiale pigrizia e affrontai altezze e  sentieri per me impensabili. Resteranno alla storia i 1500 metri di dislivello percorsi in mezza giornata e la luna rotonda di latte che spuntò quella notte al rifugio.
Acquistai anche le scarpette da fondo, il giacchino traspirante in goretex e una fascia azzurra per i capelli molto performante. Presi da lui alcune lezioni e avanzai goffamente con un bel sorriso entusiasta. Io che odiavo l’inverno, il freddo, il disequilibrio e le lezioni di qualsiasi cosa all’aria aperta.
Mi convinsi che le patatine fritte, alla fin fine, non erano un granchè. Approcciai con slancio le bietoline e il cavolfiore, la melassa (che nonostante sia densa e appiccicosa, ha tanti sali minerali e fa benissimo) e il riso integrale. Assunsi per lungo tempo un beverone a base di clorofilla.
Parlando ad una cara amica, dissi – animata da un certo lieto entusiasmo – che progettavamo di trasferirci in qualche paese scandinavo. Quella, che stava mettendo su un caffè, si voltò di scatto e replicò incredula: “tu? in Scandinavia?”.
Imparai alcuni vocaboli norvegesi.
Smisi di cucire, fotografare, scrivere, ascoltare la mia musica (davvero troppo pop). Mentre viaggiavamo, annuivo beata alle sue lunghe e colte dissertazioni su pezzi elettronici, assoli di chitarra infiniti e sessioni di rock alternativo dai mille clangori.
Dimenticai che mi piacevano le scarpe con il tacco, il mare, le serie tv stupide, la coca cola, le feste danzanti.
Non so cosa accadde, poi. So che un giorno, salendo in auto i tornanti di un’impervia strada di montagna, cominciò a salirmi una forte nausea. La stessa di quando, da bambina, lo zio sottoponeva tutta la famiglia ad estenuanti gite domenicali in alta quota allo scopo di “prendere il fresco”. E io volevo solo andare in spiaggia.
Poi fu la volta della Nutella, spalmata sul pane bianco e soffice. E quella in cui si sedette accanto a me, che guardavo Modern Family di nascosto, e rise pure lui.
Da lì fu tutto più facile: la Gioia che ero riemerse in tutta la sua bella potenza.
Così quando dice enfaticamente “evviva l’inverno!”, sa che sta ingaggiando una pericolosissima battaglia senza esclusione di colpi. E se alla radio passano quel pezzo burino e danzereccio che a me piace da matti, si piega senza replica al volume a palla, alle mie braccia roteanti, al mio canto a squarciagola. Dice pure “sei fantastica”, con gli occhi innamorati.
Anche se vorrei vivere in Sicilia e la neve, adesso, la guardo solo da lontano.

Libera

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Dal primo di aprile porto corona:
son Principessa Scalza
di sudditi una sfilza
(un cane devoto, due o tre passerotti,
l’anziano postino ammirato).
Col primo tepore rifuggo le scarpe
e faccio dei passi un’opera d’arte
– un po’ sui talloni, un po’ sulle punte
un poco all’indietro, a volte di fronte –
Allargo le dita dei piedi a ventaglio
lascio che l’aria si infili, di taglio
e ho pure l’ardire di scender le scale,
arrivare in cortile, tra i sassi balzare
oppure aspettare, un bel temporale.
Poi mi sale un’uggia scura
al pensiero delle morse fatali:
credo che forse, ai primi maestrali
volerò verso sud a piedi spiegati.

Cose e cosacce

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Nella mia prima vita da moglie e mamma, quella della crisalide, non si facevano battute e non si articolavano lemmi a tema sessuale. Mai.
Pareva brutto, sconcio, roba da gente malata.
Valeva anche per cose molto adolescenziali e ridicole, cose che sento sussurrare nei corridoi a scuola, a quelli più smaliziati di prima media che prendono un po’ le misure. “Sega”, “lesbica”, “scopare”, “pompino”. Parole scarlatte.
Proprio io, che ero stata una quindicenne indomita e sovversiva, mi ero subito adeguata a quel clichè: le brave ragazze hanno la bocca pulita.
Perfino nel talamo nuziale venivano accuratamente selezionati opportuni e depurati sinonimi, totalmente privi del loro fremito originale.
Fu una collega più grande, una forza della natura tutta tette, cosce e bocca rosa a introdurmi – segretamete – ad un codice nuovo, un po’ triviale, un po’ zotico e allegramente sboccato. Fingevo di scandalizzarmi, come da copione, e Laura ci andava giù ancor più pesante. In casa, mi guardavo bene dal portare quel gioco nuovo.
Cambiai lavoro, mi inserii in un ambiente anche maschile e benedissi Laura per la sua illuminante educazione lessicale.
E poi le cose sono andate come dovevano andare, come vanno ogni qualvolta si indossa il vestito che altri cuciono per noi. Prima o poi tira, stringe, sale dietro o davanti. Cede.
L’uomo che fece irruzione nella mia vita abbattendo a spallate la porta, modulava al mio orecchio con voce sabbiosa le peggiori nefandezze. “Cosacce” le chiamava, col suo toscano di terra, carne, odori, e mi parevano tutte piene di bellezza.
Questa parabola ha due antifone:
1) tutto torna
2) in questi giorni pigri, di penombre e lenzuola, vorrei un sussurro di cosacce.

Fil

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Anche in questi giorni, torna la dolorosa sensazione che non ho fatto tutto quel che dovevo fare, che non ho compiuto…l’opera. Quale opera, poi.
Studiare studio sempre, che non ho mai smesso e sto ancora brigando con un master.
I figli sono belli e finiti.
Ho operato scelte difficili, ho causato dolore, ne ho pagato il prezzo: collaudo ogni giorno nuovi intrecci con le persone amate. Lievi, stretti, a più fili, elastici. Basta nodi.
Sono innamorata del mio lavoro, che a luglio già mi manca l’odore delle matite temperate e da giorni sto preparando materiali e lezioni.
E allora?
Oggi mentre leggevo un libro in riva al torrente (23 gradi, per dire, contro i 33 del cortile di casa), mi è saltato all’occhio qualcosa, qualcosa di me. C’è una specie di fil rouge che collega molti aspetti della mia vita, come da elenco.
– da undici anni lavoro in una realtà privata e la mia paga (come quella delle mie colleghe) è di 7,80 euro all’ora. Ci siamo battute, a varie riprese, per ottenere un aumento o un riconoscimento dei titoli e dell’impegno, ma la cosa (non sempre per cattiva volontà di chi amministra) è parecchio complessa. E io, sono ancora lì col mio dente rotto.
– l’ex marito non paga più nulla per i figlioli e vive nella casa che sarebbe mia per metà, con la sua famigliola. Qualche settimana fa mi sono decisa a consultare un avvocato, per ottenere qualcosa almeno in merito all’immobile. Ma che fatica immensa.
– la mamma di D., neanche a dirlo, è di nuovo da noi, che fa troppo caldo in città. E un  bel Pinguino, no?
– dispenso a iosa attenzioni non richieste: vieni a trovarmi? posso aiutarti? come stai? vuoi gli gnocchi domani? (e si suda da fermi)
Ecco, penso di credere che non sia un mio diritto. Essere voluta bene, intendo. Essere considerata degna del giusto, di quello che mi spetta, del minimo sindacale. Penso di dovermelo sudare tanto e “tanto” è qualcosa di indefinito, che prevede sforzi titanici e bisogni personali disattesi.
Insomma in riva al torrente, mi son detta che adesso basta.

Il braccio

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L’avevo promessa,
una poesia sul tuo braccio.
Così eccomi qui
nel pomeriggio afoso
a raccontare spigoli
che tu non sei sinuoso
ma asciutto, nervoso
di fibra e legni.
E c’è una linfa densa
una forza immensa
nei tuoi gesti trattenuti
nei tuoi pensieri muti.
Allora questo braccio snello
deciso e un po’ brunito
mette assieme i miei colli
con trama e ordito
– che io son di morbidezze
di latte, pane e brezze –
ma tendo a disfarmi un poco:
poi basta una carezza, un gioco
a rimpastarmi intera.
Il tuo braccio vorrebbe danzare
ma tu non lo lasci fare:
gli imponi il rigore
del bravo arrampicatore.
Così a volte, mentre stai dormendo
gli offro il braccio mio, lo invito,
e ce ne andiamo via ballando
dentro il più bel vestito.